Life:Dis-social

L'uomo ha imparato ad essere sociale circa 70.000 anni fa. Approssimativamente, in quel punto temporale, Homo sapiens iniziò a migrare dal nucleo asiatico e si diresse verso altri conteninenti. Le zone di arrivo erano abitate da un altro nostro parente stretto: l'Homo neanderthalensis, meglio conosciuto come uomo di Neanderthal. Cosa accadde dopo, e perché sia "sopravvissuto" H. sapiens a discapito di H. neanderthalensis rimane una pura speculazione ipotetica.

È probabile che i Sapiens colonizzarono velocemente i territori dei Neandearthal e, sebbene i nativi fossero numericamente superiori, riuscirono in poco tempo a sterminarli oppure stremarli. Ad oggi, non esiste una certezza inconfutabile, ma la mancanza di manufatti e di riscontri archeologici suggerisce il fatto che, a differenza dei Sapiens, i Neanderthal avessero una minore capacità di organizzazione di gruppo e una minore capacità territoriale.

I Sapiens, invece, erano ottimi comunicatori, potevano formare dei gruppi coesi e coordinati ed agire in sincronia. Probabilmente, la loro capacità di scambiarsi informazioni era superiore rispetto ai simili Neanderthal. Per questa ragione, è indizievole che il vantaggio dei Sapiens fu proprio la capacità di poter comunicare e trasmettere informazioni. La migliore capacità di organizzarsi vinse sul vantaggio numerico e, di conseguenza, decretò il successo dei Sapiens.

La comunicazione, sotto questa luce, rappresentava e rappresenta tutt'oggi un vantaggio per l'intera comunità.

Uomo di neanderthal
Uomo di Neanderthal. Ricostruzione esposta al MuSe (Museo delle scienze - Trento)

Parole e testi

Il passaggio di informazioni, a seguito dell'estinzione dei Neanderhal, si è evoluto. È certo che la lingua possa aver subito radicali mutamenti, tanto fonetici quanto strutturali, arricchendosi in lessico ed in grammatica. Allo stesso tempo, anche la scrittura ha subito gli stessi mutamenti. Con la possibilità di riportare la "voce" in "parole" entra in gioco la capacità di archiviare le informazioni. La nascita della scrittura ha permesso, in modo probababilmente più agevole, di trasferire le informazioni alla società anche verticalmente e non più orizzontalmente. La stampa, soltanto da poche centinaia di anni, ha espanso la possibilità di diffondere massivamente la "voce", permettendo una trasmissione - ove possibile - di informazioni strutturata in modo capillare e veloce.

Facendo un balzo temporale ed atterrando ai nostri giorni è necessario osservare, per completare il discorso sulle informazioni, il fenomeno dei social network.

L'avvento dei social ha radicalmente mutato le dinamiche sociali, tanto care ai Sapiens. La dinamica del passaggio delle informazioni a voce, attraverso manufatti, attraverso la carta stampata e perfino tramite la radio, la tv ed internet segue un tipo di relazione precisa: uno ad uno oppure uno a molti. Questo articolo, ad esempio, è scritto da una persona e letto da molte. Una trasmissione radiofonica è condotta da una sola persona ed ascoltata da molte. Perfino nei rapporti interpersonali la comunicazione è quasi sempre uno ad uno. A cena, al ristorante, in piazza è necessario che i presenti parlino uno alla volta con una o più persone, se tutti parlassero in contemporanea ovviamente si genererebbe il caos.

I social hanno, da pochissimi anni, stravolto questa logica. La connessione sociale non è più di tipo uno a molti, ma molti a molti. Questo è reso possibile grazie alla velocità attraverso la quale le informazioni circolano sui social. Un post, ad esempio, è scritto da una sola persona e visto/letto da molte, ma allo stesso tempo tanti post possono essere visti dallo scrivente una frazione di secondo dopo. Questo genera una vera e propria rete, che esiste in tempo reale, capace di inondare di informazioni tutti i partecipanti. Chi scrive è, allo stesso tempo, colui che legge. E questo non per scelta dell'individuo ma per una precisa ed orientata progettazione del social stesso.

Non solo. La possibilità di commentare e di visualizzare i commenti e la facilissima opportunità di vedere informazioni del passato rende questa trama tridimensionale giacché la terza dimensione è data dalla velocità con la quale è possibile reperire informazioni personali prodotte nel tempo passato.

I social sono una casa enorme in continua costruzione.

Alla base di questo edificio, dunque, ci sono gli input (cosa leggo) e gli output (cosa scrivo) mentre in altezza vi è la cronologia delle informazioni.

La progettazione intrinseca dei social permette all'utente di avere, praticamente in tempo reale, flussi in entrata ed in uscita sia istantanei (cosa hanno appena fatto gli altri e cosa ho appena fatto io) sia temporali (cosa è stato già fatto dagli altri e cosa è stato già fatto da me)

Purità ed impurità sociali

In un mondo ideale, nel quale i pensieri e le azioni sono - forse distopicamente - orientate al bene, le informazioni potrebbero essere soltanto fonte di benessere. Tanto è più spaziosa la casa di cui sopra, tanto migliore è la vita di chi abita (e costruisce) la casa stessa. Tuttavia, esattamente come le intenzioni dei Sapiens nei confronti dei Neanderthal non erano propriamente orientate al bene, questo male atavico permane ancora ai giorni d'oggi. Nessuna persona sana di mente ha ovviamente, ed è quasi superfluo dirlo, intenzione di sterminare il diverso. Nella nostra società, le cattive intenzioni, all'interno del tessuto sociale, sono percepite in modo molto differente.

Oggi, non avendo carestie o guerre da tenenere in considerazione, sono aumentati i fenomeni più frivoli di "ansie interpersonali". Ad esempio, la facilità di entrare nella matrice delle informazioni, che poi è la struttura della casa stessa, dona una falso senso di controllo sulla persona stessa nei confronti del tessuto sociale. Questo, ovviamente, porta ad un pericoloso fenomeno collaterale: la crescita dell'infelicità.

Le insicurezze e le paranoie sono esponenzialmente alimentate dalla matrice. La possibilità di accedere, con estrema velocità, a queste informazioni paralizza la capacità di discernere e di contestualizzare il flusso virtuale dalla realtà. I social trasportano emozioni dal virtuale al reale, creando sentimenti artificiali. Questo rappresenta un punto di rottura con qualsiasi strategia uno ad uno oppure uno a molti che decretò il successo dei sapiens.

Parlare di sé

È facile trovare agganci su di sé sfogliando i social, perfino in argomenti, post o immagini del tutto innocue. È altrettanto facile illudere di trovare sé stessi sui social.

Il numero di riscontri positivi, di interazioni, di commenti è, nella concezione virtuale un indice del proprio gradimento reale. La possibilità di avvicinare un social alla vita reale rappresenta un canale pericoloso da percorrere. Il vanesio, ad esempio, potrà stare bene al raggiungimento di un numero di interazioni e starà sicuramente male qualora ciò non avvenisse. L'insicuro, invece, smetterà di stare male al raggiungimento del suo obiettivo e starà peggio qualora ciò non avvenisse.

Questo comportamento, che  - ripeto - è assolutamente progettuale e voluto all'interno dei social, ha causato in questi anni disagi sociali non indifferenti. Lo sanno bene perfino le società che controllano i social stessi. Non è un caso che Instagram, e probabilmente Facebook, a breve impediranno di vedere il numero di interazioni con un elemento presente nei social. Questo perché è possibile che l'aberrazione comportamentale possa raggiungere un punto di saturazione nel quale, probabilmente per autodifesa, gli utenti avranno paura nell'utilizzo di un social perché da esso sono stati abituati a ricevere soltanto input negativi.

Ma nel frattempo permangono le cosiddette ansie sociali. Alle quali le generazioni successive dovranno in qualche modo rispondere.

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